Dopo quasi due settimane di fuga, si è conclusa nella notte la latitanza di Elia Del Grande, il cinquantenne condannato a trent’anni per l’omicidio dei genitori e del fratello, avvenuto nel 1998 a Cadrezzate, in provincia di Varese. L’uomo, fuggito dalla casa lavoro di Castelfranco Emilia, è stato rintracciato proprio nel suo paese d’origine, in un’abitazione poco distante dal luogo in cui, 27 anni fa, compì il brutale triplice omicidio.

Le ricerche, coordinate dai carabinieri di Varese e Modena con il supporto del Ros di Milano, si sono concentrate in diverse regioni italiane. Per giorni si era ipotizzato un suo possibile spostamento in Sardegna, dove Del Grande aveva vissuto per un periodo e dove mantiene legami personali, inclusa una compagna residente a Olbia. Controlli serrati sono stati effettuati nei porti e negli aeroporti della Gallura, ma senza esito. Alla fine, la svolta: l’uomo è stato individuato in Lombardia, nascosto in una casa di Cadrezzate, il paese che non vedeva dal giorno della tragedia familiare del 1998.

Resta ancora avvolto nel mistero il percorso seguito da Del Grande durante i giorni della fuga. Le forze dell’ordine stanno cercando di ricostruire eventuali appoggi, contatti e spostamenti, mentre si attendono le dichiarazioni che l’uomo dovrà rendere agli inquirenti nelle prossime ore. La cattura è avvenuta senza resistenza, e Del Grande è stato trasferito immediatamente in caserma per le procedure di rito.

La fuga aveva attirato l’attenzione dei media nazionali anche per via di una lettera inviata dallo stesso Del Grande a una testata locale, pochi giorni dopo l’allontanamento dalla struttura detentiva. Nel testo, scritto da una località non precisata, il cinquantenne denunciava duramente le condizioni delle case lavoro italiane, definendole realtà “inadeguate” e incapaci di assolvere alla funzione di reinserimento sociale. Secondo il suo racconto, queste strutture accoglierebbero spesso persone con gravi problemi psichiatrici che non trovano posto in altre sedi, trasformandosi di fatto in una sorta di contenitore per casi difficili.

Nella sua lettera, Del Grande sosteneva inoltre che il suo non fosse un tentativo di evasione in senso stretto, ma piuttosto un “allontanamento” legato al disagio maturato nel corso degli anni trascorsi in istituti definiti “degradanti e inumani”. Denunciava un sistema che, a suo dire, non permetterebbe mai a chi ha commesso reati gravi di liberarsi completamente dal peso del passato, anche dopo aver scontato la pena. Parole che avevano riacceso il dibattito sulle condizioni delle strutture detentive alternative, mentre le ricerche per il suo ritrovamento si facevano sempre più intense.

Il caso di Elia Del Grande continua a suscitare forti reazioni nell’opinione pubblica. Il ricordo dei fatti del 1998, quando il giovane ventenne uccise a colpi di fucile il padre Enea, la madre Alida e il fratello Enrico, è ancora vivo nella comunità di Cadrezzate. La notizia del suo ritorno, seppure per poche ore e in circostanze drammatiche, ha inevitabilmente riportato alla luce ferite mai del tutto rimarginate.

Con il suo arresto si chiude una fuga breve ma carica di tensione, che ha coinvolto due regioni e mobilitato numerose unità investigative. Ora l’attenzione si sposta sulle motivazioni del suo gesto e sul percorso giudiziario che attende Del Grande, mentre la vicenda riaccende il dibattito nazionale sulle condizioni dei detenuti e sul ruolo delle strutture di reinserimento.

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