Patrimoniale, esplode lo scontro politico: Meloni chiude la porta, Landini rilancia la tassa sui ricchi

Di Cesare Borgia ·4 min di lettura

Lo scontro sulla patrimoniale torna a incendiare la scena politica italiana. Dopo settimane di tensioni sulla legge di bilancio, il dibattito si concentra nuovamente sul tema più divisivo di sempre: tassare i grandi patrimoni per sostenere la spesa pubblica e ridurre le disuguaglianze. Da un lato il governo, che respinge ogni ipotesi di prelievo straordinario sui ricchi, dall’altro l’opposizione e i sindacati, che chiedono un segnale di giustizia sociale di fronte all’aumento della povertà e al crollo del potere d’acquisto.

A riaccendere la miccia è stato un tweet della premier Giorgia Meloni: «Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra. È rassicurante sapere che, con la destra al governo, non vedranno mai la luce». Parole nette, che hanno immediatamente scatenato la replica di chi vede in quella tassa una possibile leva di equità fiscale.

Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, aveva proposto pochi giorni prima un contributo di solidarietà dell’1% sui patrimoni superiori ai due milioni di euro. Secondo le stime del sindacato, questa misura porterebbe nelle casse dello Stato circa 26 miliardi di euro, da destinare al rafforzamento della sanità pubblica e all’aumento di salari e pensioni. Una proposta che, tuttavia, la maggioranza considera un “vecchio riflesso ideologico” della sinistra.

Non si è fatta attendere la risposta dell’opposizione. Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, ha definito “tutt’altro che rassicurante” la situazione economica italiana: “Con la destra al governo – ha detto – aumentano i poveri e cresce il numero di chi rinuncia a curarsi perché non se lo può più permettere. Gli stipendi italiani sono fermi da trent’anni, mentre il costo della vita continua a salire. Qui non servono slogan, ma politiche concrete”.

Sulla stessa linea Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, che ha puntato il dito contro la “pressione fiscale record del 42,8%” e il progressivo impoverimento delle famiglie: “Chi paga le tasse in questo Paese sono sempre gli stessi: lavoratori e pensionati. Intanto 62 super-ricchi possiedono complessivamente 200 miliardi di euro. È giusto chiedere un piccolo contributo a chi ha di più, per sostenere chi non riesce più ad arrivare a fine mese”.

A rincarare la dose è intervenuto Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle. Secondo l’ex premier, il governo Meloni “ha stabilito il record di pressione fiscale degli ultimi dieci anni” e ha “mangiato 25 miliardi di potere d’acquisto” con nuove accise e rincari. “Sulle tasse – ha ironizzato – il governo è rassicurante solo per banche e multinazionali, non per famiglie e imprese italiane”.

Dal fronte governativo è arrivata la difesa del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha definito lo sciopero della Cgil “politico e isolato”. “Gli altri sindacati – ha ricordato – firmano contratti e ottengono aumenti salariali. La Cgil è sempre contro tutto e tutti. Forse Landini pensa più alla politica che ai lavoratori”.

Il 12 dicembre si preannuncia una nuova giornata di tensione con lo sciopero generale proclamato dalla Cgil contro quella che definisce “una manovra ingiusta, che non aumenta i salari e non tutela i più fragili”. Intanto, il dibattito sulla patrimoniale continua a dividere il Paese.

C’è chi la considera una misura necessaria per ridurre le disuguaglianze e rafforzare i servizi pubblici, e chi invece teme che possa spingere i capitali all’estero, danneggiando investimenti e crescita. Sullo sfondo, resta una realtà che accomuna tutte le parti politiche: il disagio economico di milioni di italiani, schiacciati tra inflazione, stipendi fermi e servizi sempre più costosi.

Mentre la politica discute, le famiglie contano gli euro in tasca e le aziende affrontano una crisi di fiducia che non accenna a diminuire. E in questo scenario, la parola “patrimoniale” diventa ancora una volta il simbolo di un’Italia che non riesce a mettersi d’accordo su chi debba davvero pagare il prezzo della ripartenza.

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