Nel cuore dell’Ucraina orientale, la città di Pokrovsk è diventata l’epicentro di una delle fasi più sanguinose e decisive della guerra. Quello che un tempo era un centro industriale e ferroviario vitale per il Donbass, oggi è un ammasso di rovine, un labirinto di strade interrotte e palazzi distrutti dove si combatte metro per metro, cantina per cantina. Lì, la guerra non ha più confini netti: è una guerra fatta di droni, di piccoli gruppi che si muovono tra le ombre e di uomini che non dormono da giorni.
Il tenente colonnello Mykhailo Kmytiuk, 32 anni, è uno dei protagonisti di questa resistenza estrema. Al comando dell’unità “Taifun”, specializzata nell’uso dei droni, guida le sue truppe tra le rovine della città, in un conflitto dove la tecnologia e la paura si fondono in una nuova forma di combattimento. “Il vero incubo – racconta – è nei cieli. I droni ronzano sopra le nostre teste giorno e notte. Non sappiamo mai se siano i nostri o quelli russi”.
La battaglia per il controllo dei cieli è diventata una guerra nella guerra. Ogni giorno vengono lanciati centinaia di droni, impiegati per la ricognizione, per colpire obiettivi nemici o per lanciare piccole bombe che devastano interi edifici. Gli scontri diretti, ormai, sono rari: a fare la differenza è la capacità di vedere per primi, di colpire da lontano, di sopravvivere un altro giorno.
Da Mosca arrivano messaggi trionfalistici: i russi sostengono di essere a un passo dalla conquista totale di Pokrovsk. Le forze ucraine, invece, parlano di una situazione critica ma sotto controllo. “Non siamo circondati – spiega Kmytiuk – anche se muoversi è diventato quasi impossibile. I rifornimenti arrivano con grande difficoltà, ma arrivano”.
Secondo le stime più recenti, oltre 170.000 soldati russi sarebbero concentrati nell’area. Le forze ucraine, numericamente inferiori, possono contare solo su piccoli rinforzi e sull’arrivo di nuove armi, ma l’equilibrio resta precario. “Abbiamo ricevuto ricambi per i soldati esausti, questo ci ha dato un minimo di respiro – continua Kmytiuk – ma la guerra urbana è crudele. Le perdite sono quotidiane, sia da una parte che dall’altra”.
Le strade di Pokrovsk, un tempo attraversate da pendolari e famiglie, sono ora percorse solo da carri armati e mezzi blindati. Le cantine, invece, ospitano civili rimasti intrappolati. Di sessantamila abitanti originari, ne restano poche migliaia. Alcuni hanno scelto di restare per proteggere le case, altri semplicemente non hanno dove andare. Ma la loro presenza rappresenta un problema per i soldati ucraini: “Non sappiamo se siano con noi o con i russi. Temiamo che qualcuno di loro faccia da informatore, rivelando le nostre posizioni”.
Il fronte cambia di minuto in minuto. Non esiste più una linea chiara che separi i due eserciti: solo un’enorme “zona grigia”, dove le pattuglie si scontrano in un continuo andirivieni di morte. E sopra tutto, quel ronzio incessante che annuncia i droni, sempre più sofisticati, sempre più letali.
Putin punta a conquistare Pokrovsk entro la fine dell’anno, obiettivo strategico per consolidare il controllo del Donbass e aprire la strada verso Zaporizhzhia. Gli ucraini, invece, resistono a ogni costo, consapevoli che la caduta della città potrebbe cambiare definitivamente il corso del conflitto.
Ma la guerra, qui, non è fatta solo di strategie e numeri. È fatta di volti esausti, di mani tremanti, di speranza e di paura. Ogni soldato sa che il prossimo volo di un drone potrebbe essere l’ultimo. Ogni civile rimasto nelle rovine sa che un muro può crollare da un momento all’altro.
Pokrovsk è il simbolo della nuova guerra del XXI secolo: silenziosa, tecnologica, spietata. Una guerra che non lascia spazio agli eroi, ma solo ai sopravvissuti. E mentre i cieli ronzano di macchine invisibili, la città resiste ancora, aggrappata alla vita tra le sue macerie fumanti.