Elia Del Grande, il killer fuggitivo che accusa lo Stato: ‘Le case lavoro sono come i vecchi manicomi’
È tornato a far parlare di sé Elia Del Grande, il cinquantenne di Cadrezzate che nel 1998 sconvolse l’Italia con uno dei delitti familiari più efferati della cronaca recente. Dopo aver sterminato i genitori e il fratello a colpi di fucile, l’uomo aveva scontato oltre venticinque anni di carcere, ottenendo la libertà vigilata nel 2023. Ma pochi mesi dopo, una decisione della magistratura di sorveglianza lo aveva ricondotto in una “casa lavoro” nel Modenese. Da lì, pochi giorni fa, è fuggito in modo rocambolesco, legando tra loro dei cavi elettrici e calandosi oltre il muro di cinta alto sei metri.
Dopo una settimana di silenzio, Del Grande ha rotto il silenzio scrivendo una mail al giornale online Varese News da una località ignota. Nelle sue parole, l’ex detenuto ha accusato duramente il sistema giudiziario e penitenziario italiano, denunciando ciò che definisce “la totale inadeguatezza” delle case lavoro, istituti che dovrebbero offrire un percorso di reinserimento sociale ma che, a suo dire, “sono solo la continuazione degli ospedali psichiatrici giudiziari dismessi nel 2015”.
Del Grande sostiene di essere stato vittima di un provvedimento ingiusto che gli avrebbe distrutto la fragile stabilità raggiunta dopo anni di sofferenze e isolamento. “Avevo ritrovato un equilibrio — scrive —, un lavoro stabile, una compagna, una vita normale. Tutto svanito per la decisione di un giudice che mi ha rinchiuso di nuovo”. L’uomo denuncia le condizioni interne delle case lavoro, dove, secondo il suo racconto, “persone che avrebbero dovuto restare sei mesi si trovano internate da quattro o cinque anni solo perché non hanno una casa o una famiglia”.
Le sue parole, pur intrise di rabbia e amarezza, aprono un dibattito delicato e complesso: quello sul destino di chi, pur avendo scontato la pena, resta marchiato a vita da un crimine che non si cancella. “Pago ancora per ciò che ho fatto — scrive Del Grande —, ma sembra che in Italia non basti mai. Anche dopo aver saldato il debito con la giustizia, rimani per sempre il mostro del passato”.
La sua fuga ha riacceso l’attenzione delle autorità e dell’opinione pubblica. Le forze dell’ordine stanno concentrando le ricerche tra il Varesotto e l’Emilia, ma la possibilità che l’uomo si trovi già all’estero non è esclusa. In molti ricordano come, nel 1998, dopo la strage familiare, avesse tentato di fuggire in Svizzera, dove venne poi catturato dalla polizia cantonale.
L’opinione pubblica resta divisa: da un lato chi ritiene intollerabile che un uomo con un simile passato possa godere di libertà, dall’altro chi solleva interrogativi sul funzionamento delle strutture destinate alla “rieducazione” dei detenuti. Sui social si moltiplicano i commenti indignati, ma anche le riflessioni più fredde: c’è chi vede nel suo gesto la disperata denuncia di un sistema che non riesce a conciliare giustizia, sicurezza e umanità.
Mentre la caccia all’uomo prosegue, la storia di Elia Del Grande diventa il simbolo di una questione irrisolta: quanto davvero l’Italia crede nella possibilità di un reinserimento dopo il crimine? E dove finisce il diritto alla sicurezza collettiva, quando si scontra con il diritto alla dignità individuale?
Una vicenda che mescola tragedia, colpa e redenzione, e che oggi torna a scuotere le coscienze. Da un luogo segreto, il fuggitivo continua a lanciare accuse e a raccontare la sua verità, mentre il Paese si interroga sul significato più profondo della giustizia e sul confine — sempre più sottile — tra punizione e vendetta.


