Caso Almasri, scontro tra Italia e Libia: la magistratura di Tripoli chiedeva di bloccare l’estradizione. E ora scoppia la bufera sul governo
L’arresto a Tripoli di Osama Almasri, accusato di torture e omicidi di detenuti, riporta al centro del dibattito internazionale una vicenda che da mesi divide ambienti politici e giudiziari italiani. L’uomo, ex membro delle forze libiche di sicurezza Rada, era stato fermato a Torino lo scorso gennaio e rimpatriato con un volo di Stato, in esecuzione di un mandato internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Oggi, però, emerge un documento che getta nuove ombre sulla gestione di quel trasferimento.
Una nota riservata della Procura Generale libica, datata 20 gennaio 2025 e indirizzata alla Corte d’Appello di Roma, chiedeva esplicitamente di non procedere all’estradizione di Almasri, sostenendo che i crimini contestati rientrassero nella giurisdizione nazionale della Libia. Il documento, firmato dal procuratore generale Al-Siddiq Ahmad Al-Sour e visionato dall’agenzia Adnkronos, riapre un caso che coinvolge anche i vertici del governo italiano.
La lettera di Tripoli: “Non estradate Almasri, stiamo già indagando”
Nella nota ufficiale, la magistratura libica contesta apertamente la decisione della CPI di procedere autonomamente contro Almasri, accusandola di aver violato il principio di complementarità previsto dallo Statuto di Roma. Secondo l’articolo 17 dello Statuto, infatti, la Corte Internazionale può intervenire solo quando lo Stato competente non sia in grado o non abbia la volontà di indagare.
“La gestione da parte della CPI – si legge nel testo – ha violato il principio di complementarità tra la Corte e le giurisdizioni nazionali. La Procura Generale libica aveva già avviato indagini penali sui fatti contestati e comunicato la propria volontà di procedere autonomamente.”
La nota specifica che la Procura libica aveva già aperto un fascicolo nel 2016, con indagini che coprivano un periodo esteso dal 2011 fino al 2024. L’uomo, oggi in custodia a Tripoli, è accusato di privazione della libertà personale, torture e trattamenti crudeli, oltre che di essere coinvolto negli scontri armati avvenuti a sud di Tripoli il 14 agosto 2023.
Le accuse alla Corte Penale Internazionale
Nel documento riservato, Tripoli accusa la Corte dell’Aja di non aver mai avviato un dialogo formale con la magistratura libica e di non aver richiesto cooperazione giudiziaria come previsto dallo Statuto. “La CPI non ha mai notificato ufficialmente l’esistenza del procedimento né fornito motivazioni procedurali per escludere la giurisdizione nazionale”, si legge.
Una posizione che punta il dito contro quella che la Libia considera una violazione della propria sovranità giudiziaria. “La Procura Generale libica è l’autorità competente per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi sul territorio nazionale – ribadisce la nota – e dispone del mandato per raccogliere prove e condurre le indagini nei tempi stabiliti dalla legge.”
Il rimpatrio e l’indagine sul governo italiano
La decisione italiana di procedere al rimpatrio di Almasri, nonostante l’opposizione di Tripoli, ha aperto un’inchiesta della magistratura italiana che coinvolge alcuni dei più alti rappresentanti istituzionali: la premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
Secondo fonti interne, l’esecutivo era già a conoscenza del mandato di cattura emesso dalla Procura Generale libica nella stessa data in cui era stata ricevuta la richiesta di estradizione da parte della CPI. Il Ministero degli Esteri, infatti, avrebbe ricevuto due comunicazioni quasi contemporanee: una dall’Aja e una da Tripoli, generando una situazione di ambiguità diplomatica e giuridica.
Un equilibrio fragile tra giustizia e geopolitica
L’arresto di Almasri a Tripoli, avvenuto solo pochi giorni fa, arriva in un momento di grande instabilità interna. Dopo l’uccisione di Abdelghani Gnewa Al Kikli, figura di spicco delle milizie tripoline, la Forza Rada – di cui Almasri era uno degli esponenti principali – ha perso buona parte del proprio potere militare e politico. Secondo alcuni analisti, il suo arresto potrebbe essere strumentale al nuovo equilibrio di potere in Libia, dove il Governo di Unità Nazionale tenta di consolidare il controllo sulla capitale.
Italia sotto pressione
In Italia, il caso Almasri si trasforma ora in un intricato nodo politico e giudiziario. L’opposizione chiede chiarezza sull’eventuale violazione del diritto internazionale e sull’effettiva conoscenza, da parte del governo, della nota libica. Gli alleati dell’esecutivo, invece, difendono la scelta come un atto di cooperazione giudiziaria internazionale.
Quel che è certo è che la vicenda apre un fronte diplomatico delicatissimo: da un lato la CPI, che rivendica la propria autorità sui crimini di guerra; dall’altro la Libia, che reclama la piena titolarità delle indagini sul proprio territorio; in mezzo, l’Italia, accusata di aver agito con troppa fretta, consegnando un uomo che oggi è al centro di un intrigo politico, giudiziario e internazionale che promette nuovi, clamorosi sviluppi.


