È attesa per oggi la sentenza d’appello nel caso di Alessia Pifferi, la donna di 39 anni accusata di aver lasciato morire di stenti la piccola Diana, la figlia di appena 18 mesi, nell’estate del 2022. Il processo, che si sta svolgendo a Milano, rappresenta una delle pagine più drammatiche della recente cronaca giudiziaria italiana.
In primo grado, Pifferi era stata condannata all’ergastolo per omicidio volontario aggravato, dopo che la Corte aveva stabilito che la donna aveva consapevolmente abbandonato la figlia da sola nel suo appartamento di via Parea, nel quartiere Ponte Lambro, per quasi sei giorni consecutivi. Durante quell’assenza, la bambina era rimasta senza assistenza, con a disposizione solo una bottiglietta d’acqua e un biberon di latte.
La requisitoria della Procura Generale: “Una madre lucida, non una donna incapace”
Nel corso dell’udienza di ieri, la sostituta procuratrice generale Lucilla Tontodonati ha ricostruito con parole dure il quadro accusatorio, sottolineando la gravità di quanto accaduto e chiedendo la conferma della condanna all’ergastolo.
“È una vicenda dolorosissima, con immagini che non si dimenticano. Non serve essere stati in quella casa per comprendere l’orrore di ciò che è accaduto”, ha dichiarato la magistrata, che ha poi aggiunto: “Alessia Pifferi è una donna capace di intendere e volere. È una madre che ha agito con piena consapevolezza del suo gesto, lasciando la figlia in condizioni disumane”.
Secondo la Procura, non si può più mettere in discussione la capacità di intendere e di volere dell’imputata, ormai accertata da due perizie indipendenti e da consulenze di parte.
“Chi commette un simile atto – ha aggiunto Tontodonati – non è necessariamente folle. È doloroso da accettare, ma in questo caso la lucidità è parte integrante della colpevolezza.”
Sei giorni di agonia nel caldo di luglio
Le ricostruzioni emerse in aula hanno riportato l’attenzione su quei sei giorni di luglio del 2022, durante i quali Diana fu lasciata completamente sola in casa mentre la madre si era recata dal compagno.
“Non è una madre che agisce d’impulso o in preda a un raptus. È una madre che sceglie di andare via e lasciare una bambina di un anno e mezzo a morire di sete e di fame nel caldo di Milano, con le finestre chiuse e senza aria condizionata”, ha proseguito la procuratrice generale.
La bambina sarebbe morta dopo cinque giorni e mezzo di agonia, in un ambiente soffocante, mentre la madre si trovava altrove, impegnata in una relazione che, secondo gli inquirenti, rappresentava la priorità nella sua vita.
Il nodo della capacità di intendere e volere
Uno dei punti più discussi nel processo è proprio quello relativo alla capacità di intendere e volere dell’imputata. In primo grado, gli esperti avevano già stabilito che Alessia Pifferi fosse pienamente in grado di comprendere la gravità delle proprie azioni. Tale valutazione è stata confermata in appello dalla nuova perizia, che ha escluso qualsiasi disturbo psichiatrico tale da compromettere la lucidità della donna.
A sostegno della parte civile è intervenuta anche la criminologa Roberta Bruzzone, che aveva descritto la personalità della donna come “profondamente egocentrica e manipolatoria”.
“I suoi bisogni sono l’unica cosa che conta davvero. È perfettamente in grado di bilanciare i propri desideri con quelli degli altri, ma sceglie sistematicamente sé stessa. La bambina, per lei, era un ostacolo, non un impegno affettivo.”
Bruzzone ha inoltre ricordato la ricostruzione dei momenti successivi al ritorno a casa della donna, quando, trovando la figlia priva di vita, avrebbe tentato di inscenare una falsa versione dei fatti, parlando di una presunta babysitter che in realtà non esisteva.
La difesa: “Una donna fragile, non un mostro”
La difesa, guidata dall’avvocato Nicola Tria, ha invece insistito sulla fragilità psicologica dell’imputata, parlando di una personalità “immatura, incapace di valutare le conseguenze”. I legali hanno chiesto di ridurre la pena, sottolineando l’assenza di premeditazione e l’eventuale presenza di disturbi emotivi non adeguatamente considerati.
Un verdetto atteso con tensione
La Corte d’Assise d’Appello di Milano, presieduta dal giudice Giovanni Misiti, si è riservata di emettere la sentenza nelle prossime ore. Intanto, fuori dall’aula, è palpabile l’attesa: giornalisti, curiosi e cittadini hanno affollato il Palazzo di Giustizia, segno di quanto il caso Pifferi abbia scosso l’opinione pubblica.
La vicenda della piccola Diana rimane un simbolo di dolore e incredulità, una ferita aperta che tocca l’intera società. E qualunque sia la decisione finale, il processo d’appello segnerà un passaggio cruciale nel dibattito sulla responsabilità genitoriale, la tutela dei minori e la giustizia per le vittime più indifese.