Due anni dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, nuove rivelazioni stanno riscrivendo la storia di uno degli eventi più drammatici del conflitto israelo-palestinese. Un’inchiesta congiunta del quotidiano arabo Asharq Al-Awsat, ripresa dal giornale israeliano Shacharit, ha gettato luce su un aspetto fino a oggi rimasto nell’ombra: l’Iran e Hezbollah non sarebbero stati informati dei piani di Hamas per l’assalto contro Israele. Teheran, secondo le fonti citate, avrebbe avuto soltanto un “vago sentore” dell’operazione, ma sarebbe stata colta completamente di sorpresa.

L’indagine racconta una trama complessa di sospetti, ambizioni e tradimenti all’interno del cosiddetto “asse della resistenza”, formato da Iran, Hezbollah e Hamas. Tutto avrebbe avuto inizio nel 2021, dopo l’Operazione Guardiano dei Muri, quando la dirigenza di Hamas iniziò a valutare con i suoi alleati un’azione militare coordinata su larga scala. L’idea iniziale era quella di un attacco simultaneo da Gaza, dal Libano e dalla Siria, con l’obiettivo di paralizzare Israele colpendo infrastrutture critiche e conquistando centri urbani chiave come Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme.

Secondo il rapporto, Hezbollah aveva individuato una serie di obiettivi strategici da colpire “al primo giorno”: le dodici centrali elettriche e idriche israeliane, l’aeroporto Ben Gurion, i principali porti di Haifa, Ashdod ed Eilat, oltre ai complessi governativi di Gerusalemme. L’intento era quello di infliggere un colpo paralizzante allo Stato ebraico, costringendolo a un ritiro dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est.

Tuttavia, qualcosa cambiò radicalmente nel corso del 2022. La leadership di Hamas a Gaza, guidata da Yahya Sinwar e Muhammad Daif, iniziò a temere che Teheran e Hezbollah potessero rallentare o addirittura impedire il piano per motivi di equilibrio regionale. Nacque così l’idea di procedere da soli, senza informare gli alleati. Un gesto di sfida che avrebbe avuto conseguenze enormi.

Il 7 ottobre 2023, Hamas lanciò l’attacco che scosse il mondo, scatenando la devastante guerra nella Striscia di Gaza. Solo in seguito l’Iran comprese che l’operazione non era stata coordinata. Alti funzionari di Teheran avrebbero definito la decisione “prematura e avventata”, convinti che l’asse anti-israeliano non fosse ancora pronto per un confronto diretto con Israele e Stati Uniti.

Hezbollah, preso anch’esso alla sprovvista, reagì con cautela. Hassan Nasrallah, allora segretario generale del movimento libanese, avrebbe optato per un intervento limitato, ordinando alcuni attacchi contro il nord di Israele per “distrarre” l’esercito nemico, ma evitando una guerra totale. Israele approfittò di questa esitazione per colpire duramente, conducendo nei mesi successivi una campagna di eliminazioni mirate che, secondo alcune fonti, avrebbe portato alla morte dello stesso Nasrallah e del suo successore, Hussein Safi al-Din.

Un documento trapelato mesi dopo avrebbe confermato le tensioni interne: una lettera inviata dai leader di Hamas a Hezbollah e al comando iraniano, in cui Yahya Sinwar, Muhammad Daif e Marwan Issa si scusavano per non aver comunicato in anticipo la data dell’attacco. Temendo fughe di notizie, decisero di mantenere il segreto fino all’ultimo.

Dopo il disastroso bilancio umano e materiale della guerra, la dirigenza politica di Hamas avrebbe mutato strategia, cercando una via diplomatica che preveda un progressivo ritiro israeliano dalla Striscia in cambio della restituzione degli ostaggi e della ricostruzione di Gaza. Ma la linea più radicale, incarnata da Sinwar, continua a ribadire che la battaglia non finirà “fino all’ultimo fucile e all’ultimo combattente”.

Le rivelazioni mettono in luce non solo la frammentazione interna del fronte anti-israeliano, ma anche il labirinto di propaganda, manipolazioni e mezze verità che avvolge il Medio Oriente. In un contesto in cui la guerra dell’informazione pesa quanto quella combattuta sul campo, distinguere la realtà dai calcoli strategici è diventato quasi impossibile. Una cosa, però, appare chiara: l’attacco del 7 ottobre non fu solo l’inizio di una guerra, ma anche il punto di rottura di un’alleanza che per anni era apparsa indissolubile.

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