Il doppio volto della Cina: propaganda antiamericana e crisi interna dell’“involution”
Nella narrazione ufficiale di Pechino, gli Stati Uniti non rappresentano più un modello di potenza o progresso, ma un Paese in declino, corrotto da divisioni interne e da una leadership incapace di garantire ordine e prosperità. Sui media controllati dal Partito Comunista cinese si moltiplicano le analisi che descrivono l’America come uno “Stato fallito”, una civiltà ormai “malata e moribonda”, vittima delle proprie contraddizioni. Queste affermazioni, rilanciate da quotidiani governativi come il Beijing Daily, non sono casuali: fanno parte di una precisa strategia politica, finalizzata a rafforzare l’immagine della Cina come unico modello di stabilità e successo.
In un recente editoriale, il giornale ha delineato un ritratto impietoso della società americana. Secondo il testo, l’“aureola” che per decenni avrebbe circondato gli Stati Uniti — quella dell’innovazione, della democrazia e della libertà — sarebbe ormai un’illusione svanita. Gli incendi di Los Angeles, la violenza diffusa, le divisioni politiche e la gestione “egoistica” della politica estera sono citati come simboli di un Paese che “muore dall’interno”. Persino le parole di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva parlato di una “nazione in fallimento”, vengono strumentalizzate per legittimare l’accusa: l’America, sostiene la propaganda, non è altro che uno “Stato fallito” incapace di mantenere la propria dignità.
La retorica antiamericana non è una novità. Fin dagli anni della Guerra Fredda, i media cinesi hanno messo in luce le disuguaglianze e la violenza presenti negli Stati Uniti come prova della “superiorità morale” del sistema socialista. Tuttavia, il tono si è radicalizzato dopo la crisi finanziaria del 2008, quando il crollo di Wall Street fu interpretato a Pechino come la dimostrazione del fallimento del capitalismo occidentale. Con l’ascesa al potere di Xi Jinping nel 2012, la narrazione si è fatta ancora più assertiva: la Cina è descritta come una civiltà in ascesa, destinata a sostituire l’America come potenza guida del mondo, mentre l’Occidente sarebbe irrimediabilmente in declino.
Dietro questa propaganda, però, si nasconde una realtà molto più complessa. Se da un lato la leadership cinese cerca di proiettare fiducia e potenza, dall’altro deve fare i conti con una crisi economica e sociale profonda. L’economia nazionale, pur mantenendo tassi di crescita superiori a quelli occidentali, è intrappolata in una spirale che molti economisti definiscono “involution” — o, in cinese, neijuan.
Questo termine, divenuto di uso comune tra i giovani, descrive un sistema che corre senza avanzare. In ogni settore — dalla scuola al lavoro, dall’industria ai servizi — la competizione è talmente intensa da diventare sterile. Tutti si sforzano di fare di più, ma nessuno ottiene benefici reali. I salari stagnano, i profitti si assottigliano e le aziende si combattono in una guerra dei prezzi che svuota di senso la produttività.
Il governo ha tentato di reagire incentivando la produzione nei settori strategici — auto elettriche, pannelli solari, semiconduttori — attraverso sussidi e prestiti agevolati. Tuttavia, questa politica ha generato un effetto opposto: un eccesso di offerta che ha innescato una pericolosa deflazione. Intere filiere, come quella automobilistica, sono oggi in perdita. Il colosso BYD vende modelli di veicoli elettrici a prezzi inferiori agli 8.000 dollari, ma gran parte dei concessionari non riesce a coprire i costi.
Il paradosso è evidente: mentre la Cina ambisce a dominare i mercati globali della tecnologia verde, la sua economia interna si contrae, schiacciata da salari bassi, consumi deboli e fiducia in calo. I giovani, disillusi e stremati da turni di lavoro massacranti, hanno coniato una nuova espressione ironica: “007”, lavorare tutto il giorno, tutti i giorni. Un’evoluzione del vecchio modello “996” (dalle 9 alle 21, sei giorni su sette), che oggi rappresenta la stanchezza di un’intera generazione.
In questo contesto, la campagna propagandistica contro gli Stati Uniti assume una funzione chiara: distogliere l’attenzione dai problemi interni, rafforzando l’idea che il modello cinese sia l’unico possibile. Ma dietro le parole dei giornali e la retorica ufficiale si nasconde una Cina inquieta, che teme più il proprio rallentamento economico che l’egemonia americana. Mentre i media parlano di un’America “morente”, milioni di giovani cinesi continuano a sognare proprio quel Paese descritto come fallito, attratti da stipendi più alti e da una libertà che a casa loro sembra ancora un miraggio.


