Un’aggressione improvvisa, avvenuta in pieno giorno nel cuore di Roma, ha riportato al centro dell’attenzione il tema della violenza politica e dell’intolleranza. Vittima del pestaggio è il giornalista e divulgatore Alessandro Sahebi, attaccato da un gruppo di tre uomini nei pressi del teatro Brancaccio. Il motivo dell’aggressione sarebbe stato l’indumento che indossava: una felpa con il simbolo del movimento internazionale antifascista.

Secondo quanto riportato dallo stesso giornalista sui propri profili social, tutto è accaduto mentre si trovava insieme alla compagna e al figlio di pochi mesi. La coppia si era fermata per scattare una fotografia quando tre individui si sono avvicinati, iniziando a insultarlo e a minacciarlo. Nei video pubblicati successivamente da Sahebi si sente chiaramente la voce di uno degli aggressori che gli ordina di “togliersi la felpa” e di “metterla al contrario”. A nulla sono serviti i tentativi del giornalista di calmare la situazione, sottolineando la presenza del bambino e chiedendo di evitare la violenza.

Pochi istanti dopo, uno dei tre uomini lo avrebbe colpito al volto con uno schiaffo, mentre un altro avrebbe minimizzato l’episodio dicendo: “E vabbè, un ceffone, sei grande e grosso”. Nonostante la tensione del momento, Sahebi è riuscito a evitare che la situazione degenerasse ulteriormente, proteggendo la compagna e il piccolo.

In un messaggio pubblicato su Instagram dopo l’aggressione, il giornalista ha confermato di stare bene, pur denunciando la gravità del gesto. “Un paio di schiaffi non ci spaventano, ma resta inaccettabile essere aggrediti solo per un simbolo antifascista”, ha scritto. Ha poi aggiunto che, nelle prossime ore, presenterà formale denuncia alle autorità competenti per permettere l’identificazione degli aggressori.

Sahebi ha anche segnalato un dettaglio che, secondo lui, potrebbe essere significativo: la strada da cui provenivano i tre uomini si trova a pochi minuti a piedi dalla sede romana di CasaPound, movimento politico di estrema destra. Pur non volendo trarre conclusioni affrettate, il giornalista ha dichiarato che sarà “interessante capire da quale ambiente provengano i responsabili dell’aggressione”.

L’episodio ha suscitato immediatamente una vasta ondata di solidarietà sui social, con numerosi colleghi, politici e semplici cittadini che hanno espresso vicinanza al giornalista e condanna per l’accaduto. Diversi esponenti del mondo dell’informazione hanno sottolineato come il gesto rappresenti non solo un attacco personale, ma anche un segnale preoccupante per la libertà di espressione e per la sicurezza di chi manifesta apertamente i propri valori democratici.

Il sindacato dei giornalisti ha chiesto un intervento rapido delle autorità e maggiore tutela per chi svolge attività di informazione. “Non si può accettare che in Italia, nel 2025, si venga aggrediti per un simbolo o per le proprie idee”, si legge in un comunicato diffuso nella serata successiva.

L’aggressione di Roma riporta drammaticamente alla memoria altri episodi di violenza politica che negli ultimi anni hanno scosso la capitale. Nonostante le dichiarazioni ufficiali di condanna da parte delle istituzioni, cresce la preoccupazione per un clima di intolleranza che sembra riemergere con forza, alimentato da ideologie radicali e da un linguaggio d’odio sempre più diffuso.

Intanto, Sahebi ha invitato chiunque avesse assistito alla scena a fornire informazioni utili all’identificazione dei tre uomini, lanciando un appello diretto alla Prefettura e al Comune di Roma affinché prendano provvedimenti concreti contro la violenza di matrice politica. “La violenza – ha scritto – non va cercata nei racconti o nelle ideologie, ma nelle strade e nelle fogne dove prolifera l’odio”.

Il caso, oltre a suscitare indignazione, pone ancora una volta l’attenzione sulla fragilità del dibattito pubblico e sulla necessità di garantire spazi di confronto liberi e sicuri. Perché essere aggrediti per un simbolo antifascista non è solo un fatto di cronaca, ma un segnale inquietante di quanto la convivenza civile sia ancora messa alla prova.

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