Nel contesto del Change the World Emirates 2025, la più grande piattaforma mondiale dedicata alla formazione diplomatica, Catherine Colonna – già ministra degli Esteri francese e ambasciatrice a Roma – ha offerto un’analisi lucida e profonda sulle crisi internazionali che attraversano il nostro tempo. Con la consueta fermezza e un approccio pragmatico, Colonna ha affrontato i temi centrali del disordine geopolitico contemporaneo: la guerra in Medio Oriente, il ruolo degli Stati Uniti, l’importanza dell’Europa e le difficoltà interne della democrazia francese.
Secondo l’ex ministra, la fragile tregua raggiunta a Gaza rappresenta un passo avanti significativo, ma non sufficiente. Il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e dei prigionieri, e l’avvio di un dialogo incentrato sulla pace sono risultati preziosi, ma ancora provvisori. Mancano, osserva Colonna, un calendario preciso e obiettivi chiari per il disarmo di Hamas, il ritiro graduale dell’esercito israeliano e la costruzione di una governance stabile per la Striscia. Due nodi restano irrisolti: Hamas non intende disarmare, mentre Israele – almeno con l’attuale governo – non riconosce l’idea di uno Stato palestinese. Due visioni inconciliabili che bloccano ogni prospettiva di pace duratura.
La diplomatica francese ha ribadito che la creazione e il riconoscimento di uno Stato di Palestina sono elementi imprescindibili per qualsiasi soluzione sostenibile. «La pace e la sicurezza nella regione – ha spiegato – passano solo attraverso la formula dei due Stati. L’Italia, come molte altre nazioni europee, dovrebbe riconoscere ufficialmente la Palestina: la mancata risoluzione di questa questione è una ferita aperta che alimenta tensioni anche all’interno delle nostre stesse società».
Sul fronte americano, Colonna ha commentato con prudenza l’atteggiamento di Donald Trump, tornato protagonista della scena internazionale e autoproclamatosi artefice della pace. Pur riconoscendo il peso diplomatico degli Stati Uniti, ha sottolineato che «nessun riconoscimento, neppure un Premio Nobel, può precedere risultati concreti». Gli sforzi di Washington, per quanto cruciali, non avrebbero avuto esito senza l’intervento congiunto dei Paesi arabi e dell’Europa. «La diplomazia – ha affermato – è costruire ponti dove esistono divisioni. Nessuna potenza può pretendere di agire da sola».
Proprio sull’Europa, Colonna ha respinto l’accusa di passività. A suo giudizio, il Vecchio Continente ha svolto un ruolo essenziale proponendo un piano congiunto – sostenuto da Arabia Saudita e Francia – che mette al centro la necessità di una soluzione politica, il disarmo di Hamas e la creazione di uno Stato palestinese. Un piano approvato da oltre centoquaranta Paesi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, segno che l’Europa, pur spesso criticata, rimane una forza diplomatica di rilievo.
Quando la conversazione si sposta sull’Ucraina, l’ex ministra francese appare ancora più ferma: «La Russia ha scelto la guerra e continua a portarla avanti da anni, contro ogni principio del diritto internazionale. Chi vuole davvero la pace deve esercitare pressione sull’aggressore, non sulla vittima». Colonna invoca coerenza e determinazione nelle politiche occidentali, auspicando un rafforzamento delle sanzioni e del sostegno all’Ucraina.
Infine, parlando della situazione interna francese, Colonna riconosce una crisi di adattamento della democrazia transalpina. L’assenza di una maggioranza parlamentare e la difficoltà a gestire governi di minoranza hanno messo in luce i limiti del sistema politico francese, poco abituato alla cultura del compromesso. «L’Italia – osserva – ha sviluppato una vera arte del compromesso, frutto della propria storia politica. La Francia, oggi, deve imparare da questo esempio».
Il suo intervento si chiude con una riflessione più ampia sul ruolo della diplomazia nel mondo digitale e frammentato del presente. In un’epoca in cui gli algoritmi orientano l’opinione pubblica e la politica tende alla semplificazione estrema, la pazienza diplomatica appare come un’arte rara. «Il futuro della pace – ha ricordato Colonna – dipende dalla capacità dei Paesi di costruire consenso e non di distruggerlo».
Un messaggio che, al di là dei confini nazionali, invita alla responsabilità collettiva e alla rinascita di un pensiero politico fondato sulla cooperazione, sulla memoria e sulla speranza di un ordine internazionale più giusto.