Nuovo rallentamento nel processo per il sequestro e l’uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito, torturato e assassinato al Cairo nel 2016. La prima Corte d’Assise di Roma, dopo una lunga riserva, ha deciso di accogliere la questione di costituzionalità sollevata dai legali dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani imputati, sospendendo il procedimento e trasmettendo gli atti alla Corte Costituzionale.
La decisione, che di fatto congela il processo, ruota intorno a un tema tecnico ma cruciale: il diritto di difesa degli imputati formalmente assenti, in particolare la possibilità di accedere al gratuito patrocinio per la nomina di consulenti tecnici. I giudici capitolini hanno giudicato la questione “non manifestamente infondata” e “rilevante” ai fini della definizione del giudizio, rinviando così ogni decisione sul merito all’intervento della Consulta.
Secondo la difesa, rappresentata dall’avvocato Tranquillino Sarno, la normativa attuale, modificata dopo la riforma Cartabia, avrebbe introdotto un’asimmetria tra la posizione dell’imputato assente e quella dell’imputato irreperibile. “La Corte Costituzionale – ha spiegato Sarno – con una sua precedente sentenza ha creato la figura dell’imputato formalmente assente ma di fatto irreperibile. Questa costruzione ha generato una distorsione del sistema processuale che può compromettere il pieno esercizio del diritto di difesa”.
L’avvocato ha sottolineato che la questione sollevata non riguarda soltanto il caso Regeni, ma “potrebbe avere ripercussioni su numerosi procedimenti penali futuri”, soprattutto in riferimento alla possibilità di impugnare una condanna in assenza, un punto particolarmente delicato dopo le modifiche introdotte dalla riforma.
Il rinvio alla Consulta rappresenta dunque l’ennesimo ostacolo in un percorso giudiziario lungo e tormentato, iniziato quasi dieci anni fa. Il 10 dicembre 2020 la Procura di Roma aveva concluso le indagini preliminari, e il 25 maggio 2021 quattro ufficiali della National Security Agency egiziana erano stati rinviati a giudizio: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, e il maggiore Magdi Sharif.
Le accuse nei loro confronti sono gravi: sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali gravissime e omicidio. L’accusa di tortura, pur centrale nella ricostruzione dei fatti, non è stata contestata poiché il reato è stato introdotto nel codice penale italiano soltanto nel 2017, un anno dopo la morte del ricercatore.
I quattro imputati risultano irreperibili, e la mancanza di cooperazione da parte delle autorità egiziane ha reso impossibile la loro notifica e identificazione. Nonostante le numerose rogatorie internazionali e le richieste di collaborazione giudiziaria inviate a partire dal 2018, il Cairo ha sistematicamente negato agli inquirenti italiani l’accesso alle informazioni necessarie e ha impedito la partecipazione alle audizioni degli indagati.
Questo muro di silenzio ha reso estremamente difficile il lavoro dei magistrati italiani, determinando continui ritardi e sospensioni. La decisione della Corte d’Assise di Roma, pur fondata su questioni giuridiche, viene letta anche come un ulteriore segnale della complessità diplomatica che circonda il caso Regeni, divenuto simbolo delle difficoltà nei rapporti tra Italia ed Egitto in materia di diritti umani e cooperazione giudiziaria.
La Consulta sarà ora chiamata a valutare se la normativa vigente rispetta i principi costituzionali del giusto processo e del diritto alla difesa, garantiti dall’articolo 24 della Costituzione. Un pronunciamento che potrebbe avere effetti non solo sul procedimento in corso, ma sull’intero impianto della giustizia penale italiana in materia di assenza e irreperibilità dell’imputato.
In attesa del giudizio della Corte Costituzionale, il procedimento resta sospeso. Un’ulteriore pausa che prolunga ancora una volta l’attesa per la verità e la giustizia su una delle vicende più drammatiche e simboliche degli ultimi anni.
Giulio Regeni, dottorando dell’Università di Cambridge, stava conducendo una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani quando scomparve il 25 gennaio 2016. Il suo corpo fu ritrovato nove giorni dopo ai margini di un’autostrada del Cairo, con evidenti segni di tortura. Da allora, nonostante le promesse di collaborazione e le indagini internazionali, la ricostruzione completa della sua morte resta un obiettivo lontano, ostacolato da omertà e mancata cooperazione.
Il passaggio alla Consulta rappresenta dunque un momento decisivo: la Corte dovrà stabilire se il processo potrà proseguire secondo le norme attuali o se occorrerà intervenire per garantire un equilibrio più equo tra l’esigenza di giustizia e i diritti degli imputati. Solo dopo quella pronuncia si potrà comprendere se e quando il processo per Giulio Regeni potrà finalmente riprendere il suo corso.