Stati Uniti, scontro tra Pentagono e stampa: i grandi media lasciano, avanzano le testate pro-Trump

Di Alessandro Torrisi ·4 min di lettura

Negli Stati Uniti si apre un nuovo fronte nella battaglia per la libertà di stampa. Le principali testate americane hanno deciso di abbandonare il Pentagono dopo il rifiuto di firmare le nuove linee guida imposte dal Dipartimento della Difesa, considerate da molti come una “museruola” all’informazione. L’episodio segna un cambiamento profondo nei rapporti tra istituzioni e media e riflette le tensioni che attraversano la comunicazione politica dell’amministrazione Trump.

Lo scorso 15 ottobre, le redazioni di testate storiche come New York Times, Washington Post, NBC, CNN, ABC, Associated Press e NPR hanno lasciato i loro uffici all’interno del Pentagono, portando via scatoloni e apparecchiature. Tra i dimissionari figurano anche media conservatori come Fox News, Newsmax, Washington Times e Daily Caller. Tutti hanno rifiutato di aderire a un protocollo che, secondo loro, limita la libertà di movimento e la possibilità di svolgere un lavoro indipendente.

Il Pentagono, guidato dall’ex conduttore televisivo Pete Hegseth, oggi segretario alla Difesa, ha reagito con fermezza. “Saranno loro a perderci”, ha dichiarato un portavoce, annunciando l’arrivo di una “nuova generazione” di reporter: sessanta nuovi giornalisti che si uniranno ai ventisei rimasti, molti dei quali provengono da testate e piattaforme digitali vicine all’ex presidente Donald Trump. Tra i nuovi ammessi figurano One America News (OAN), The Federalist, Epoch Times, il blog di estrema destra Human Events, la rete Frontlines di Turning Point USA, la newsletter Washington Reporter su Substack e LindellTV, la piattaforma creata dal fondatore di MyPillow, Mike Lindell.

Le nuove linee guida imposte dal Pentagono prevedono che i giornalisti indossino costantemente il badge identificativo, che siano scortati dal personale militare durante gli spostamenti e che le interviste vengano preventivamente approvate. È inoltre vietato contattare funzionari o addetti senza l’autorizzazione ufficiale, anche quando si tratta di informazioni non classificate. Una misura che molti reporter hanno definito una “stretta liberticida”, poiché impone ai dipendenti pubblici di ottenere permessi perfino per discutere di temi generali con la stampa o con il Congresso.

Il nuovo regolamento specifica che i giornalisti possono ancora richiedere informazioni riservate, ma avverte che “incoraggiare” fonti a rivelare dati confidenziali potrebbe essere considerato un “rischio per la sicurezza nazionale”. Un linguaggio giudicato intimidatorio da gran parte dell’informazione americana, abituata a un rapporto più diretto e trasparente con le istituzioni militari.

Anche all’interno del fronte conservatore le nuove regole hanno diviso gli operatori. La rete OAN, pur avendo accettato di firmare il documento, ha licenziato la propria corrispondente Gabrielle Cuccia, autrice di alcune critiche al nuovo approccio imposto da Hegseth.

La Casa Bianca, da parte sua, ha difeso pienamente l’iniziativa. Il presidente Trump ha definito la stampa americana “molto disonesta”, sottolineando che “chi vuole lavorare con serietà sarà sempre benvenuto”. Nonostante le accuse di controllo dell’informazione, la presidenza mantiene un contatto quotidiano con i media: il capo della Casa Bianca risponde regolarmente alle domande del pool ristretto e concede interviste a testate di diverso orientamento, pur privilegiando i network a lui più favorevoli.

L’ambiente mediatico, però, appare sempre più polarizzato. Le redazioni tradizionali accusano l’amministrazione di voler sostituire il giornalismo d’inchiesta con un ecosistema di influencer e commentatori filo-governativi. Dall’altra parte, i nuovi media rivendicano di rappresentare “il vero popolo americano”, accusando i grandi quotidiani di faziosità e censura.

Il conflitto si estende anche alla gestione dell’informazione dalla Casa Bianca. L’associazione dei corrispondenti mantiene ancora il controllo dei posti nella sala stampa, ma l’amministrazione ha introdotto un sistema di rotazione che consente a testate digitali e podcaster di partecipare alle conferenze. Secondo The New York Times, la portavoce Karoline Leavitt ha riservato circa un quarto delle domande ai giornalisti “in piedi”, spesso appartenenti ai nuovi media conservatori. Da gennaio, è stato persino istituito un posto a sedere rotante per i “new media”, che hanno il diritto di porre la prima domanda al presidente.

L’episodio rappresenta un segnale preoccupante per la libertà di stampa negli Stati Uniti. Le restrizioni del Pentagono e la progressiva marginalizzazione dei media indipendenti aprono un dibattito profondo sul ruolo dell’informazione in una democrazia che si avvicina a nuove elezioni in un clima di divisione e sfiducia.

Mentre il Pentagono chiude le porte a una parte storica del giornalismo americano, il rischio è che a guadagnare terreno sia una comunicazione costruita su fedeltà politica e non sulla ricerca della verità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *