In un panorama musicale spesso allineato e prevedibile, Sergio Caputo continua a rappresentare un’eccezione rara. Romano, classe 1958, il cantautore e chitarrista è da oltre quarant’anni una figura fuori dagli schemi: elegante e ironico, malinconico e brillante, capace di unire il jazz alla canzone d’autore con uno stile che non ha mai cercato di piacere a tutti. Quello che lui stesso definisce “un’anomalia vivente” nasce a metà degli anni Ottanta, quando il suo primo grande successo, Un sabato italiano (1983), lo proietta tra i protagonisti della musica leggera. Un brano che è diventato molto più di una canzone: un ritratto fedele di un’epoca e di un’Italia che scopriva la spensieratezza dopo gli anni difficili del decennio precedente.
Oggi Caputo è pronto a tornare sul palco, con una nuova tournée che partirà da Roma il 22 novembre. Un ritorno dal vivo che rappresenta anche una sorta di bilancio artistico, accompagnato dall’uscita di un documentario dedicato ai suoi primi anni di carriera. “Ho fatto pace con il passato”, ha raccontato recentemente in un’intervista, spiegando di aver finalmente accettato il destino di essere per sempre legato a quella sua canzone simbolo.
Dalla pubblicità al jazz
Prima di diventare un nome noto, Caputo viveva una doppia vita: di giorno lavorava in un’importante agenzia pubblicitaria a Milano, di notte frequentava locali e jam session, scrivendo canzoni su fogli sparsi e registrando melodie improvvise in segreteria telefonica. “Erano tempi senza smartphone né registratori digitali – ha ricordato –. L’ispirazione arrivava all’improvviso, e l’unico modo per non perderla era chiamare casa e cantare un ritornello nella segreteria”.
Da quelle intuizioni casuali nacque Un sabato italiano, il brano che avrebbe segnato la sua carriera. Una canzone scritta, come racconta lui stesso, dopo una serata passata tra amici e un risveglio confuso, con fogli sparsi e una melodia rimasta in un messaggio vocale. “L’ho riascoltato e la canzone era già lì, completa. È nata così, per caso, come accade spesso alle cose destinate a durare.”
Il successo e la distanza
Il disco, pubblicato dalla CGD quasi alla cieca, fu un successo immediato. Le sonorità raffinate e le atmosfere da night club lo resero diverso da tutto ciò che passava allora in radio. Caputo, con il suo stile swing e i testi ironici, raccontava un’Italia metropolitana fatta di pubblicitari, aperitivi e amori fugaci, incarnando alla perfezione la “Milano da bere” dell’epoca. Ma il successo lo mise anche in una condizione di disagio: “Per anni mi hanno chiesto solo Un sabato italiano. Mi sentivo intrappolato in quella canzone, poi ho capito che era un dono, non una condanna.”
Negli anni successivi il musicista ha proseguito su una strada più personale e jazzata, pubblicando dischi sempre più sofisticati, spesso autoprodotti. Negli anni Duemila si è trasferito in California, dove ha approfondito le collaborazioni con musicisti americani, e oggi vive stabilmente in Francia, continuando a esibirsi tra Europa e Stati Uniti.
Gli anni Ottanta e la musica di oggi
Quando parla del decennio che lo rese famoso, Caputo non nasconde una certa nostalgia: “Erano anni pieni di vitalità. Dopo i Settanta, che erano cupi e ideologici, tornò la voglia di vivere e di divertirsi. La gente usciva, si vestiva bene, c’era ottimismo. E musicalmente fu un periodo d’oro”. Diverso il giudizio sulla scena attuale, dominata dallo streaming e dai social: “Oggi chi fa musica deve essere anche un influencer. Si è persa la sacralità del mestiere, l’idea che la musica possa nascere solo da un’urgenza artistica.”
La libertà come filosofia
Nonostante i cambiamenti del mercato, Caputo continua a considerarsi uno spirito libero. Non rimpiange la scelta di aver lasciato un lavoro stabile per inseguire la musica: “Avrei potuto diventare direttore d’agenzia e ora sarei in pensione, ma non sarebbe stata la mia vita. Ho scelto la libertà, anche a costo dell’incertezza.”
Oggi alterna concerti e nuovi progetti, fedele a un modo di intendere la musica che non ammette compromessi. “Non ho mai cercato di essere di moda – ha spiegato –. Il jazz è stato il mio rifugio e la mia palestra, ma anche il mio modo di restare onesto.”
A quarant’anni da Un sabato italiano, Sergio Caputo resta una delle figure più singolari e coerenti della canzone d’autore italiana: un artista che ha fatto del disincanto una forma di poesia e della leggerezza un’arte, continuando a suonare, scrivere e vivere secondo una sola regola: quella della libertà.