La Corte d’Appello di Ancona ha condannato a tre anni di reclusione Claudio Bravi, trentenne originario di Macerata, ribaltando l’assoluzione pronunciata in primo grado per l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una giovane straniera, all’epoca dei fatti minorenne. La vicenda, avvenuta nell’estate del 2019, aveva destato scalpore per le motivazioni della sentenza del tribunale di Macerata, che aveva escluso la violenza ritenendo che la ragazza, già sessualmente attiva, fosse “in grado di immaginare gli sviluppi della situazione”.

Il nuovo verdetto, arrivato nel tardo pomeriggio di ieri, ha segnato una svolta netta nel caso. I giudici d’appello hanno riconosciuto la sussistenza della violenza, pur qualificandola come “di minore gravità”, e hanno accolto in larga parte le richieste della Procura generale. La condanna, inferiore di un anno rispetto ai quattro richiesti inizialmente, si fonda sul principio che il consenso deve essere presente e chiaro per l’intera durata del rapporto, e che il suo venir meno costituisce comunque una violazione.

L’impianto motivazionale della sentenza di primo grado aveva suscitato indignazione in tutto il Paese. Le affermazioni secondo cui la giovane “non aveva opposto resistenza” o “non aveva cercato di aprire la portiera dell’auto per fuggire” avevano alimentato un acceso dibattito sul concetto di consenso e sulla persistenza di stereotipi di genere nei tribunali italiani. A riaccendere il confronto era stata soprattutto la frase secondo cui “non essendo vergine, la ragazza era consapevole di ciò che poteva accadere”, un argomento giudicato offensivo e anacronistico da gran parte dell’opinione pubblica.

Le parlamentari del Partito Democratico della Commissione d’inchiesta sul femminicidio avevano reagito con durezza, chiedendo al Parlamento di accelerare l’approvazione di una legge chiara sul consenso, ispirata al principio “solo sì è sì”, già adottato in altri Paesi europei. Secondo la vicepresidente Cecilia D’Elia, “quella sentenza dimostra che serve una norma capace di eliminare ogni ambiguità, perché il consenso deve essere espresso, continuo e revocabile in ogni momento”.

Nel processo d’appello, la Procura ha sottolineato che la giovane – indicata con il nome di fantasia Caroline – aveva inizialmente acconsentito a effusioni ma aveva espresso in modo esplicito la volontà di fermarsi prima del rapporto. “L’imputato non ha rispettato quella volontà – ha dichiarato la sostituta procuratrice generale Cristina Polenzani – e ha continuato nonostante la ragazza si opponesse, bloccandola con la forza”.

Caroline, oggi ventitreenne, non ha presenziato alle udienze ma attraverso il suo legale, Fabio Maria Galiani, ha ribadito di aver subito un trauma profondo, tanto da aver necessitato di un lungo percorso psicologico. Subito dopo l’aggressione, la ragazza aveva confidato l’accaduto a un’insegnante e a un’amica, descrivendo la paura e l’impotenza provate durante l’episodio.

La difesa di Bravi, rappresentata dagli avvocati Mauro Riccioni e Bruno Mandrelli, ha contestato la ricostruzione dell’accusa parlando di “processo indiziario” e annunciando ricorso in Cassazione. Secondo i legali, l’assenza di segni fisici di violenza e la mancata richiesta d’aiuto avrebbero dovuto confermare la natura consensuale del rapporto.

Il caso ha però messo in evidenza il nodo centrale della discussione giuridica: l’idea che la mancanza di resistenza fisica equivalga al consenso. I giudici d’appello hanno chiarito che la paura o lo shock possono paralizzare la vittima, impedendo reazioni fisiche, ma ciò non può in alcun modo essere interpretato come consenso implicito.

La decisione della Corte d’Appello rappresenta dunque un passo importante nella definizione del principio di autodeterminazione sessuale, ribadendo che il consenso non è una condizione presunta, ma deve essere esplicito, costante e consapevole.

Il processo di Macerata, con la sua prima sentenza, aveva mostrato quanto sia ancora necessario un cambiamento culturale nel modo in cui la giustizia interpreta i reati di violenza sessuale. La condanna di Ancona, invece, segna un punto di svolta: non basta non dire “no” per acconsentire, e il silenzio, la paura o il blocco psicologico non potranno mai essere considerati una forma di consenso.

Un messaggio forte che arriva dai tribunali e che, al di là del caso specifico, diventa un monito per l’intero sistema giudiziario e per una società che deve imparare, finalmente, ad ascoltare davvero la voce delle vittime.

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