Un appello alla fine della guerra, un messaggio di pragmatismo e una strategia diplomatica che guarda a un equilibrio più che a una vittoria. Così, durante il suo terzo incontro in nove mesi con Volodymyr Zelensky, il presidente statunitense Donald Trump ha ribadito la necessità di “fermare le uccisioni” e trovare un accordo con Mosca, lanciando un segnale diretto anche al presidente russo Vladimir Putin.

L’incontro si è svolto alla Casa Bianca, nella Cabinet Room, in un clima di apparente cordialità ma con evidenti divergenze strategiche. Zelensky ha espresso il desiderio di ricevere i missili a lungo raggio Tomahawk, armi che l’Ucraina considera essenziali per mantenere una posizione di forza nei confronti della Russia. Il presidente americano, tuttavia, si è mostrato restio a fornire questo tipo di equipaggiamento, sottolineando che “sono armi pericolose” e che “ne abbiamo bisogno anche noi in America”. Trump ha spiegato che il suo obiettivo principale non è alimentare il conflitto, bensì creare le condizioni per una tregua duratura.

Zelensky, nel corso del pranzo di lavoro, ha ringraziato Washington per il sostegno ricevuto, ma ha insistito sull’importanza di mantenere la pressione su Mosca: “Putin non vuole il cessate il fuoco, bisogna costringerlo al tavolo dei negoziati”. Il leader ucraino ha anche proposto un possibile scambio: droni di produzione ucraina in cambio dei missili americani. Trump, pur mostrando interesse per la tecnologia dei droni, ha preferito non impegnarsi oltre, ribadendo la volontà di evitare un’escalation militare.

Poche ore dopo l’incontro, Zelensky ha parlato ai giornalisti evitando di soffermarsi sui dettagli legati ai missili: “Abbiamo deciso di non commentare la questione, gli Stati Uniti non vogliono un’escalation”. Ha poi aggiunto: “Sì, abbiamo discusso dei Tomahawk, ma la posizione americana è chiara: ne hanno bisogno per sé, per ora”.

Nel frattempo, Trump ha condiviso su Truth Social un messaggio destinato sia a Kiev sia a Mosca: “È il momento di fermarsi. Lasciate che la Storia decida chi ha vinto. Entrambi possono dichiarare la vittoria, ma bisogna fermare le uccisioni”. Un linguaggio che rispecchia il suo stile diretto, ma anche la volontà di presentarsi come “presidente mediatore”, ruolo che gli consente di apparire come figura di equilibrio tra due blocchi contrapposti.

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente americano ha evitato di prendere posizione netta: “Zelensky e Putin stanno entrambi facendo un buon lavoro, ma tra i due c’è molto odio. Eppure credo che ci sia ancora spazio per la flessibilità”. Trump ha però smorzato l’ottimismo che aveva espresso in passato sulla possibilità che Kiev riconquisti i territori perduti: “In guerra non si sa mai, ma credo che la fine del conflitto sia più importante del controllo territoriale”.

L’ottimismo dell’amministrazione statunitense sembra però scontrarsi con la realtà dei fatti. Come riportato dal Financial Times, durante il precedente summit in Alaska, Putin aveva respinto ogni ipotesi di cessate il fuoco in cambio della revoca delle sanzioni, ribadendo che “la guerra finirà solo quando l’Ucraina si arrenderà e cederà il Donbass”. Il leader del Cremlino aveva persino tenuto a Trump una lezione di storia russa, citando figure medievali come Rurik di Novgorod e Jaroslav il Saggio, fino a far perdere la pazienza al presidente americano.

Nonostante ciò, Trump continua a credere che un margine di trattativa esista ancora. “Putin parla di pace, e questo è già un segnale. Se davvero non volesse la fine della guerra, non userebbe queste parole”, ha affermato con il suo consueto ottimismo.

Zelensky, da parte sua, ha concluso esprimendo cauta fiducia: “Mi fido degli Stati Uniti e credo che il presidente Trump voglia davvero porre fine a questo conflitto”.

Ora gli occhi della diplomazia internazionale sono puntati sul prossimo summit di Budapest, dove potrebbe emergere un nuovo tentativo di mediazione. Resta da capire se sarà un passo concreto verso la pace o un’altra tappa di una lunga guerra diplomatica, in cui ogni dichiarazione, ogni gesto e ogni arma promessa diventano strumenti di una partita sempre più complessa.

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