“Povere Creature” e il sogno (im)possibile del trapianto di cervello: tra scienza, etica e fantascienza
L’idea di trasferire un cervello da un corpo all’altro, o di sostituire completamente la testa di una persona, sembra uscita da un romanzo gotico o da un film di fantascienza. Eppure, dietro a questa immagine affascinante e inquietante si nasconde una domanda che la scienza continua a porsi da decenni: è davvero possibile trapiantare un cervello umano?
Il tema è tornato di attualità grazie al film Povere Creature, trionfatore agli Oscar 2024 con quattro statuette. L’opera, ispirata in parte al mito di Frankenstein, esplora il confine tra vita, morte e rinascita, ponendo l’accento sul desiderio di creare o ricreare l’essere umano. Ma, al di là del racconto cinematografico, la questione ha anche una base reale. Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno cercato di capire se il trapianto di testa o di cervello possa davvero diventare realtà.
Il nome più discusso in questo campo è quello di Sergio Canavero, neurochirurgo italiano noto per le sue dichiarazioni controcorrente. Nel 2017 annunciò di aver realizzato in Cina, insieme al collega Xiaoping Ren, il primo “trapianto di testa” tra due cadaveri. L’esperimento, eseguito su corpi già privi di vita, fu definito da Canavero un successo tecnico, anche se non ebbe alcun valore clinico o scientifico verificabile. La comunità medica accolse la notizia con scetticismo, ritenendo impossibile parlare di “trapianto” se non esiste un paziente in vita in grado di sopravvivere all’operazione.
Dal punto di vista tecnico, non si tratta in realtà di un trapianto di cervello ma di un trapianto di corpo. In questa procedura, la testa di un paziente verrebbe collegata al corpo di un donatore, con l’obiettivo di restituire una vita autonoma a chi soffre di gravi malattie degenerative. L’idea è tanto ardita quanto complessa. Collegare arterie, vene e nervi è già di per sé un’impresa chirurgica straordinaria, ma il vero ostacolo è rappresentato dal midollo spinale, il ponte che consente la comunicazione tra cervello e corpo. Nessuna tecnologia attuale è in grado di ripristinare in modo completo questa connessione.
Le difficoltà sono enormi anche dal punto di vista biologico. Un cervello non può sopravvivere a lungo senza afflusso di sangue e ossigeno, pena un’inevitabile ischemia. Inoltre, anche qualora l’operazione andasse a buon fine, il rischio di rigetto immunologico sarebbe elevatissimo: il sistema immunitario del corpo potrebbe riconoscere la nuova testa come un elemento estraneo, provocando una reazione fatale. A questi problemi si aggiunge la componente psicologica. I casi di trapianto di mani o volti hanno già mostrato quanto sia difficile per un paziente accettare una parte del corpo che non gli appartiene; immaginare di convivere con un intero corpo “estraneo” pone interrogativi ancora più profondi.
C’è poi la questione etica. Una simile operazione solleva interrogativi sul significato stesso dell’identità umana. Chi sarebbe la persona dopo l’intervento? Il proprietario del cervello o quello del corpo? Inoltre, il rischio che solo chi dispone di grandi risorse economiche possa accedere a una “nuova vita” è motivo di forte critica da parte di bioeticisti e religiosi.
Canavero aveva anche annunciato di aver trovato un volontario disposto a sottoporsi al primo trapianto di testa su un essere umano vivo: il russo Valery Spiridonov, affetto da una grave malattia muscolare degenerativa. Tuttavia, l’intervento non si è mai svolto. Spiridonov, dopo essersi innamorato e aver costruito una famiglia, decise di rinunciare al rischio di un’operazione che poteva costargli la vita.
Ad oggi, dunque, il trapianto di cervello o di testa rimane confinato nel regno della teoria e della sperimentazione animale. Alcuni esperimenti su scimmie e roditori hanno dimostrato che il collegamento tra due corpi può essere realizzato in parte, ma nessuna cavia è sopravvissuta per più di pochi giorni.


