Per 738 giorni, centinaia di uomini e donne israeliani sono rimasti intrappolati nel sottosuolo di Gaza, prigionieri in condizioni che definire disumane è un eufemismo. Quando gli ultimi venti ostaggi sono tornati in Israele, la gioia dei familiari si è mescolata all’orrore dei racconti che emergono ora, lentamente, dalle stanze degli ospedali. Le testimonianze descrivono un inferno fatto di fame, oscurità, torture e isolamento, in cui la dignità umana è stata sistematicamente annientata.
I tunnel come tombe
Gli ostaggi vivevano in spazi sotterranei angusti, senza luce, senza aria e con pochissimo cibo. Alcuni di loro non vedevano il sole da mesi, costretti a respirare aria stagnante e polverosa, circondati da pareti di cemento umido. Le catene legavano mani e caviglie, impedendo qualsiasi movimento. Molti prigionieri riferiscono di non aver mai potuto sdraiarsi completamente, costretti a dormire seduti o rannicchiati su pavimenti di terra battuta.
«Lì sotto si perdeva la cognizione del tempo», ha raccontato uno dei sopravvissuti, Elkana Bohbot, 36 anni, rapito al Nova Festival. “Non sapevo più se fosse giorno o notte. Il silenzio era interrotto solo dal suono delle bombe che cadevano sopra di noi.”
La fame era una compagna costante. Il cibo consisteva spesso in un solo pezzo di pita al giorno, condiviso tra più persone, o in una lattina di lenticchie passata da mano a mano. L’acqua, sporca e scarsa, arrivava in piccole quantità, e molti hanno sofferto di infezioni e malattie intestinali.
La fame e la paura come strumenti di controllo
Gli ex ostaggi raccontano che la fame e il terrore venivano usati come armi psicologiche. I miliziani di Hamas alternavano momenti di apparente calma a esplosioni di violenza fisica e verbale. “Ci dicevano che Israele ci aveva abbandonati, che le nostre famiglie erano morte e che nessuno sarebbe venuto a salvarci”, ha riferito un giovane soldato, Matan Angrest.
Molti di loro erano costretti a rimanere in silenzio per ore, terrorizzati dal rumore dei passi o da un semplice sussurro che poteva scatenare una punizione. I più deboli venivano picchiati, i malati lasciati senza cure. Un prigioniero è stato operato a una mano senza anestesia, con un coltello da cucina e un panno sporco come garza.
Le bombe israeliane che esplodevano sopra i tunnel rendevano la paura costante e insostenibile. “Ogni volta che sentivamo l’esplosione, pensavamo che fosse la fine. Il terreno tremava, i muri crollavano e la polvere ci soffocava”, ha raccontato un altro sopravvissuto.
L’umiliazione quotidiana
La violenza non era solo fisica, ma anche psicologica e simbolica. Molti ostaggi raccontano di essere stati costretti a guardare video di propaganda o a registrare messaggi di supplica destinati a Israele. Altri venivano spogliati e derisi, privati di ogni elemento identitario: i capelli rasati, i vestiti sostituiti da abiti logori, i nomi cancellati per essere sostituiti da numeri o soprannomi dispregiativi.
Elkana Bohbot ha raccontato di aver chiesto una doccia per il giorno dell’anniversario di matrimonio. Dopo molte insistenze, una guardia lo ha liberato per pochi minuti, permettendogli di lavarsi e radersi. “È stato il momento più umano in due anni di prigionia”, ha detto ai medici.
La solitudine e la perdita di speranza
La disumanizzazione degli ostaggi passava anche attraverso la solitudine. Alcuni sono rimasti completamente isolati, senza vedere altri prigionieri per mesi. Avinatan Or, uno dei venti liberati, ha trascorso quasi due anni completamente solo, perdendo il 40% del peso corporeo. Viveva nell’oscurità totale, convinto che la fidanzata, Noa Argamani, fosse morta. Solo dopo il rilascio ha scoperto che era stata salvata in un blitz dell’esercito israeliano.
Molti sopravvissuti soffrono ora di gravi disturbi da stress post-traumatico, con incubi, flashback e difficoltà a dormire. “Il ritorno alla luce è doloroso quanto la prigionia stessa”, ha spiegato un medico del centro di Tel HaShomer, dove vengono assistiti.
I segni indelebili
Le prime analisi mediche rivelano carenze nutrizionali gravi, ferite non curate, ossa rotte, infezioni cutanee e danni permanenti ai denti e agli occhi. Ma le ferite più profonde sono invisibili. “Sono vivi, ma dentro portano la morte di chi non ce l’ha fatta”, ha dichiarato uno psicologo militare israeliano.
Un padre ha raccontato che il figlio, appena liberato, non riusciva a dormire in una stanza illuminata. “Ogni rumore lo fa sobbalzare, ogni luce lo spaventa. È come se la prigione fosse ancora dentro di lui.”
La dignità oltre la sopravvivenza
Oggi, mentre Israele celebra il ritorno degli ostaggi, emergono lentamente i dettagli di un sistema di detenzione basato sull’annientamento dell’identità. Nei tunnel di Gaza, gli esseri umani non erano più persone, ma strumenti di propaganda, merce di scambio, simboli di potere.
Eppure, in mezzo alla crudeltà, molti hanno trovato la forza di resistere. Di ricordare un volto, una data, un nome. Di non dimenticare chi erano.
La loro sopravvivenza è, oggi, la testimonianza più potente della resistenza dello spirito umano di fronte alla disumanità assoluta.