Il Madagascar sta vivendo uno dei momenti più turbolenti della sua storia recente. Dopo settimane di proteste e tensioni crescenti, il presidente Andry Rajoelina è stato destituito e le forze armate hanno assunto il controllo del Paese, sancendo di fatto un colpo di Stato. La crisi, che affonda le radici in un malcontento diffuso, unisce due elementi esplosivi: la rabbia della Generazione Z e la rottura dell’esercito con il potere politico.
Le manifestazioni sono esplose a partire dal 25 settembre, quando migliaia di giovani sono scesi in strada per denunciare la cronica carenza di acqua ed energia elettrica, problemi che affliggono il Madagascar da anni. Ben presto, tuttavia, le proteste hanno assunto una connotazione politica, con richieste di dimissioni rivolte al presidente Rajoelina, accusato di autoritarismo e corruzione. La reazione delle autorità è stata durissima: la repressione della polizia ha causato oltre venti morti e centinaia di feriti, alimentando ulteriormente la rabbia popolare.
L’elemento di svolta è arrivato quando il contingente militare Capsat, uno dei più influenti del Paese, ha rifiutato di obbedire all’ordine di aprire il fuoco sui manifestanti. Il loro comandante, il colonnello Michael Randrianirina, ha denunciato le violazioni dei diritti umani e le continue ingerenze del presidente. La decisione del Capsat di non allinearsi al governo ha innescato una frattura irreversibile tra l’esercito e la presidenza, portando rapidamente al collasso delle istituzioni.
Di fronte al rifiuto dei militari di reprimere la popolazione, Rajoelina ha tentato un’ultima manovra politica, annunciando lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale in un messaggio sui social. Tuttavia, i deputati hanno giudicato il decreto illegittimo e si sono riuniti ugualmente, votando a larga maggioranza per la sua destituzione. Nel frattempo, Rajoelina avrebbe lasciato il Paese a bordo di un aereo francese, grazie a un accordo riservato con l’Eliseo.
La situazione si è definitivamente ribaltata quando il colonnello Randrianirina ha annunciato alla nazione che “le forze armate hanno preso il potere per proteggere il popolo e ristabilire l’ordine costituzionale”. Un consiglio composto da rappresentanti dell’esercito, della gendarmeria e della polizia assumerà temporaneamente la guida dello Stato. L’obiettivo dichiarato è quello di ricostruire le istituzioni e avviare un processo di transizione che, nel giro di due anni, dovrebbe portare a un referendum costituzionale e a nuove elezioni.
La fuga del presidente ha lasciato dietro di sé un vuoto di potere e un Paese sull’orlo del caos. Fonti vicine all’ex capo di Stato sostengono che si trovi in un “luogo sicuro” dopo un presunto tentativo di assassinio, ma la sua posizione esatta rimane sconosciuta. L’ex presidente, salito al potere per la prima volta nel 2009 grazie a un altro golpe sostenuto proprio dal Capsat, aveva poi riconquistato la presidenza con le elezioni del 2018 e la rielezione del 2023, contestata dall’opposizione per presunti brogli.
La tensione politica resta altissima. L’Assemblea nazionale insiste nel riconoscere la validità del voto di impeachment, mentre i sostenitori di Rajoelina considerano la sua rimozione un atto illegittimo. Attraverso un comunicato ufficiale, la presidenza ha definito “incostituzionale” la riunione straordinaria del Parlamento, ribadendo che il presidente “rimane pienamente in carica” e che “la Repubblica del Madagascar non può essere presa in ostaggio con la forza”.
La popolazione, intanto, osserva con timore e speranza. Molti giovani, protagonisti delle proteste, vedono nella caduta del presidente l’occasione per rifondare il Paese su basi più giuste e democratiche. Tuttavia, il rischio di una lunga transizione militare o di un nuovo periodo di instabilità rimane alto.
Con un’economia fragile, un tasso di povertà tra i più elevati dell’Africa e istituzioni deboli, il Madagascar affronta una sfida cruciale: riuscire a trasformare il golpe in un punto di partenza per una reale rinascita politica. Nei prossimi mesi, il futuro della grande isola dell’Oceano Indiano dipenderà dalla capacità dei nuovi leader di mantenere la promessa di un ritorno all’ordine costituzionale, senza tradire le speranze di una generazione che chiede cambiamento, giustizia e dignità.