Israele e Hamas, la fragile tregua di Sharm el-Sheikh vacilla tra accuse reciproche e tensioni sul campo
La tregua raggiunta appena pochi giorni fa tra Israele e Hamas rischia già di crollare sotto il peso delle reciproche accuse e delle tensioni esplose nelle ultime ore. Dopo il summit di Sharm el-Sheikh, che aveva segnato l’avvio della prima fase dell’accordo di pace con il cessate il fuoco e lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, la situazione sul terreno è tornata a farsi drammatica.
Martedì 14 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso cinque palestinesi nel quartiere di Shejaiya, a est di Gaza City. Secondo il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, si tratta di “una chiara violazione dell’accordo di cessate il fuoco” e di “un segnale preoccupante che mette in discussione la buona fede di Israele nel rispettare gli impegni presi”. Qassem ha chiesto ai mediatori internazionali, in particolare all’Egitto e al Qatar, di vigilare sul comportamento delle forze israeliane per evitare che “l’intesa venga svuotata di significato”.
Le giustificazioni di Tel Aviv
Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno confermato l’uccisione dei cinque palestinesi, sostenendo che i colpi sono stati esplosi “in risposta a una minaccia diretta”. In una nota ufficiale, l’esercito ha spiegato che “alcuni individui si sono avvicinati troppo alle truppe israeliane dislocate oltre la linea gialla”, la zona cuscinetto istituita con l’accordo di pace.
“Nonostante i ripetuti avvertimenti e i tentativi di allontanare i sospettati – afferma l’Idf – questi hanno ignorato gli ordini, costringendo i soldati a intervenire per eliminare la minaccia.” L’esercito ha invitato i residenti di Gaza a non avvicinarsi alle aree militari e a seguire scrupolosamente le istruzioni per garantire la sicurezza.
Il nodo degli ostaggi: la nuova frattura
Parallelamente, Israele accusa Hamas di aver violato gli accordi non restituendo tutti i corpi degli ostaggi israeliani deceduti durante il conflitto. Secondo quanto riportato dal Times of Israel, il governo israeliano aveva fissato la giornata di martedì come termine ultimo per la restituzione dei resti, ma finora solo quattro salme sono state consegnate alle autorità di Tel Aviv.
Le vittime identificate sono Guy Illouz, 26 anni, e Bipin Joshi, 23, oltre ad altre due persone i cui nomi non sono stati ancora resi pubblici su richiesta delle famiglie. Restano tuttavia 24 corpi non restituiti, e per Israele questo rappresenta “una grave inadempienza” da parte di Hamas.
Una fonte militare israeliana, citata dalla testata Ynet, ha dichiarato che “non vi è alcuna giustificazione logica per il ritardo nella consegna dei corpi” e ha anticipato che la raccomandazione ai vertici politici sarà di bloccare gli aiuti umanitari destinati a Gaza e di chiudere il valico di Rafah, principale punto di accesso per beni e medicinali.
Le difficoltà della Croce Rossa
Nel tentativo di smorzare le tensioni, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha invitato entrambe le parti alla pazienza, spiegando che la restituzione dei corpi è “un’operazione estremamente complessa”. Il portavoce dell’organizzazione, Christian Cardon, ha sottolineato che “tra le macerie e i detriti di Gaza è spesso difficile identificare i resti umani”, e che “potrebbero volerci giorni o persino settimane per completare il processo di recupero e riconsegna”.
Cardon ha aggiunto che, in alcuni casi, “la distruzione è tale da rendere impossibile il ritrovamento di tutti i corpi”, e ha invitato Israele a non interrompere la cooperazione umanitaria, fondamentale per mantenere viva la fragile tregua.
Il rischio di un nuovo collasso diplomatico
La prima fase dell’accordo di Sharm el-Sheikh, celebrata come “una svolta storica” solo pochi giorni fa, appare dunque appesa a un filo. Mentre sul terreno si registrano nuovi episodi di violenza, la fiducia reciproca – elemento essenziale per il successo della tregua – sembra già incrinarsi.
Nella fase due del piano, secondo i mediatori egiziani e qatarioti, Hamas dovrebbe assumere temporaneamente la funzione di forza di polizia a Gaza, per poi dare il via a un ambizioso programma di ricostruzione finanziato da un consorzio internazionale. Tuttavia, se le ostilità dovessero riprendere, l’intero processo rischierebbe di bloccarsi.
Analisti e diplomatici avvertono che, senza un monitoraggio costante e una garanzia di rispetto reciproco, il cessate il fuoco potrebbe trasformarsi in una tregua effimera, preludio di una nuova spirale di scontri.
A distanza di pochi giorni dalla firma, il “miracolo di Sharm el-Sheikh” rischia dunque di dissolversi nel consueto clima di diffidenza e ritorsioni, riportando Israele e Hamas sull’orlo di una nuova crisi. La pace, ancora una volta, sembra più fragile che mai.


