A Sharm El Sheikh, le strette di mano e i sorrisi tra i mediatori sanciscono un momento cruciale. Nel frattempo, alla Casa Bianca, Donald Trump riceve un bigliettino da Marco Rubio, segretario di Stato, con un messaggio chiaro: «Devi essere il primo ad annunciare l’accordo.» Questo annuncio segnerà la fine di una guerra durata 733 giorni. L’accordo, destinato a entrare in vigore a mezzogiorno ora egiziana, prevede la visita del presidente americano al Cairo durante il fine settimana, con un desiderio dichiarato di visitare Gaza. Trump esprime la sua soddisfazione attraverso i social media, affermando che «Israele e Hamas hanno accettato» e definendo il momento come «un grande giorno», promettendo la liberazione di tutti gli ostaggi.
Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, risponde con un messaggio di speranza, ringraziando Dio per il ritorno degli ostaggi. Si prevede la liberazione entro sabato di 20 degli ostaggi ancora in vita, sui 48 trattenuti a Gaza.
Gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno lavorato intensamente a Sharm El Sheikh per spingere le delegazioni ad accettare il piano in venti punti proposto dal presidente americano. Nonostante alcuni dettagli da risolvere, Netanyahu distingue già tra una «prima fase» e quelle successive. Tuttavia, il piano prevede un passaggio unico per la chiusura del conflitto, anche se Netanyahu deve bilanciare tra le sue promesse agli alleati più estremisti e la necessità di evitare la ripresa delle operazioni militari.
Le fonti israeliane riferiscono che la mappa dell’accordo è stata rivista: le truppe dovrebbero ritirarsi dalle città più grandi, restando esclusivamente a Rafah, anche se Hamas insiste per un ritiro totale. Rimane ancora il nodo del rilascio dei detenuti palestinesi: Hamas ha presentato una lista, mentre i negoziatori israeliani hanno avanzato una controproposta. Tra i detenuti richiesti ci sono Marwan Barghouti e Ahmad Saadat, leader fondamentali della seconda intifada.
La possibilità di un parziale disarmo di Hamas si fa largo, con il gruppo disposto a rinunciare agli armamenti pesanti, ma deciso a mantenere i kalashnikov per la difesa interna. Questa mossa evidenzia il timore di possibili rappresaglie da parte di altre fazioni e di palestinesi contrari alla devastazione subita dalla Striscia di Gaza, che ha visto la morte di 67 mila persone e la distruzione quasi totale del territorio.
I familiari degli ostaggi, finalmente, tirano un sospiro di sollievo dopo due anni di attesa e ringraziano Trump, che viene proposto per il Nobel per la pace. Thomas Friedman, opinionista del New York Times, generalmente critico verso Trump, sostiene che il premio sarebbe meritato.
Infine, i parenti degli ostaggi condividono un video in cui i carcerieri mostrano Bipin Joshi, un ragazzo nepalese rapito dal kibbutz Alumim dove studiava agricoltura, illustrando l’umanità dietro il dramma delle trattative di pace.